Teatro Niccolini

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08

Agosto
dal 7 al 9 dicembre 2021

L'ultimo nastro di Krapp

Giancarlo Cauteruccio
di

Samuel Beckett
con

Giancarlo Cauteruccio
scene

André Benaim
costumi

Massimo Bevilacqua
disegno luci

Trui Malten
regia

Giancarlo Cauteruccio

Al suo quarto Beckett, Giancarlo Cauteruccio torna nel 2003 a L’ultimo nastro di Krapp dopo dieci anni con una lettura inedita e completamente diversa rispetto a quella della fortunata edizione del 1993 che vedeva in scena un doppio Krapp: il vecchio, interpretato da Massimo Verdastro e il giovane, a lui speculare, interpretato da Fulvio Cauteruccio. Nel 2004 il regista entra nella terna finale del Premio UBU come miglior attore dell’anno proprip per l’interpretazione di questo personaggio.

Per il progetto 1906BECKETTCENTOANNI2006, Cauteruccio presenta una nuova edizione dello spettacolo. In questo ritorno a Krapp, Cauteruccio attinge al suo passato di sperimentatore di teatro tecnologico per generare spazi scenici dove inserire le caratteristiche fisiche ed espressive sue e del suo personaggio. Uno spettacolo sofisticatissimo sul piano acustico, vocale e visivo in cui è forte la necessità di creare una coincidenza tra attore e personaggio. Così in un luogo siderale prende vita il noto rituale e il vecchio Krapp si esibisce con vere e proprie performances fisiche tra chiavi, bobine, banane e registratori per intrattenere il pubblico. Poi pause, solitudine e l’elogio al buio e al silenzio.

Dal sito WWW.TEATRO.IT
di Tommaso Chimenti

La nuova versione de “L’ultimo nastro di Krapp”, che è stata proposta in prima nazionale il 19 novembre 2003 al Teatro Fabbricone di Prato, approda al Teatro Studio di Scandicci (Fi) da venerdì 27 febbraio a mercoledì 3 marzo 2004.
Il testo fortemente beckettiano degli anni ’50, canovaccio già rappresentato e messo in scena dallo stesso Cauteruccio, anima dei Krypton compagnia residenziale al Teatro Studio di Scandicci, ma soltanto con il ruolo di regista, viene questa volta riproposto con Cauteruccio tre volte protagonista: attore, regista e scenografo.
Giancarlo infatti stavolta si cimenta anche nelle vesti di unico e solitario attore, appunto Krapp, un anziano catalogatore di ricordi attraverso un magnetofono, strumento che lo ha torturato ed illuso, di vanagloriosi nastri archiviati per racchiudere la vita ed i suoi respiri in numeri e caselle, armadi a doppia mandata.
Parallelo alla roba di Pirandello, riascoltandosi vorrebbe sopravvivere a se stesso, proseguire questa corsa che invece lo vede prossimo al capolinea terreno.
La frustrazione è ai massimi livelli.
La scena si apre con lo stesso Cauteruccio – Krapp intento nel cucinarsi, dal vivo, in diretta, un succulento piatto di spaghetti alla calabrese: aglio, cipolla, pomodoro, soffritto e gli odori aprono le narici alla scoperta di nuove sensazioni, forse lontane dall’idea di teatro, stabile, razionale, ma qui anche quotidiano, estremo nella sua semplicità, che cerca la continuità del personaggio sul palco con la normalità della platea. Riconoscersi senza uniformarsi, trovarsi, scambiarsi sembianze, apocrifi. Dopo aver bollito l’acqua e cotto gli spaghetti al peperoncino odor di terra dello Stretto, ed averne offerto un piatto ad uno spettatore in prima fila, nel video alle spalle del primattore, oramai completamente immedesimatosi in simbiosi-osmosi, passa la scenografia del testo dell’autore irlandese con la spiegazione dettagliata delle caratteristiche fisiche e di vestiario del “suo” Krapp. Fondamentale il video, plurale d’immagine catalizzante. E mentre, bulimico, Krapp divora una banana dopo l’altra, confessione anche di Cauteruccio nella propria realtà vissuta, scorrono senza sosta in una pioggia torrenziale amazzonica in piena, migliaia di banane gialle lucenti dietro sullo schermo, un “Dancing in the rain” vegetariano e commestibile, dove le pozze sono le bucce da scivolo. Appaiono quindi come per incanto agli esterni della scena principe, illuminati da una luce che prima li rabbuiava, una carrozzina da neonato, una da anziano, una sedia a dondolo, un ombrello che si apre e chiude come mantice: le stagioni della vita, i tormenti, i rifugi, le fughe.Ma al tempo non si scappa. Krapp riascolta la propria voce registrata in nastri anni prima per varie ricorrenze e non riesce, pur sforzandosi, a riconoscersi, ritrovarsi, uno, se stesso, e perde aderenza, e dichiara con violenza l’inutilità del gesto dell’archiviazione, che lo ha costretto come collezionista del proprio sé, di quell’io egoista che non lo faceva vivere per l’oggi, ma che rimandava l’euforia per una festa migliore, piena ed entusiasta del/nel futuro, festa senza invitati, dove l’unico si annoia fino alla MORTE. Il magnetofono gira, viene riavvolto, la situazione precipita, sfugge di mano, s’ingolfa e s’inspira nel più acre dialetto calabrese recondito, come ritorno rivoluzionario, ciclo che si chiude, cerchio che ha trovato la sua quadratura, ipotesi che attraverso il dubbio ha trovato la consacrazione della certezza dell’assurdità nella conciliazione con la propria figura, distaccandosi dall’anima, percossa, stremata, senza più parole da poter essere registrate.

luogo

Sala teatro
durata

60 minuti
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