Teatro Niccolini

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08

Agosto
dal 7 al 9 dicembre 2021

L'ultimo nastro di Krapp

Giancarlo Cauteruccio
di

Samuel Beckett
traduzione a cura di

Carlo Fruttero
con

Giancarlo Cauteruccio
scene

André Benaim
costumi

Massimo Bevilacqua
disegno luci

Trui Malten
regia

Giancarlo Cauteruccio
Teatro Studio Krypton

diretto e interpretato da Giancarlo Cauteruccio

assistente alla regia e costumi Massimo Bevilacqua

In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di The Estate of Samuel Beckett e Curtis Brown Group Limited

Con L’ultimo nastro di Krapp Giancarlo Cauteruccio torna a Samuel Beckett, il suo autore guida  e ad uno dei suoi testi più amati, in veste sia di interprete  che di regista.

La pièce, già messa in scena con successo in precedenti edizioni, gli ha valso la presenza nella terna finale del Premio UBU come miglior attore protagonista nel 2004 e poi, perno nello spettacolo TRITTICO BECKETTIANO, ha visto Cauteruccio ricevere il Premio alla regia dell’Associazione Critici di Teatro nel 2006 al Teatro Argentina.

Instancabile frequentatore della drammaturgia, della poesia, della narrativa beckettiana, Cauteruccio ha al suo attivo nove regie su testi dell’autore irlandese; ha ideato inoltre, con Franco Quadri, due grandi manifestazioni dedicate a Beckett intitolate “Beckett 90 anni” e “Beckett 100 anni”  ha pubblicato nel gennaio del 2018 il libro Samuel Beckett Nel buio di un teatro accecante con Edizioni Clichy.

Dal programma di sala, estratto del testo di Laura Visconti su L’ultimo nastro di Krapp + -

Scritto nel 1957 e rappresentato a Londra, questo atto unico mette in scena un solo personaggio, un grande frequentatore dei luoghi della memoria.

Il vecchio Krapp, rintanato nella sua stanza in compagnia di un registratore e un numero cospicuo di scatole ben ordinate, sperimenta un viaggio in un altrove temporale, il suo passato.

E’ concentrato sul mezzo meccanico che può permettergli tale fuga a ritroso: ha infatti conservato e catalogato con cura e meticolosità tanti nastri da lui stesso registrati ogni compleanno, per tramandare brandelli significativi di vita e di esperienza, condensate in un racconto sintetico, benché “ispirato”. Ma nemmeno questo raffinato strumento della memoria può funzionare.

Il tentativo escogitato da Krapp per recuperare quella creatura di un tempo, il sé stesso giovane, si fa sempre più inefficiente e non bastano ormai quegli ancoraggi e appigli che aveva inventato tanto tempo prima. Egli ascolta la sua stessa voce emergere dal passato, interrompendo proprio quella continuità, che rende la frase dotata di senso, con commenti derisori, oppure ripete segmenti di ciò che ascolta con ironia, rivelando tutta la sua disillusione. Il nastro rimanda infatti una voce che narra eventi ormai incomprensibili, mentre i relativi libri-indici-registri, risultano altrettanto privi di valore e di significato. La distanza tra il vecchio e il sé stesso giovane è diventata definitiva. La continuità tra presente e passato è irrimediabilmente distrutta.

Alla fine Krapp rinuncia ad ascoltare sé stesso: la voce si scioglie in silenzio, il movimento si raggela in immobilità.

Con Krapp Beckett ci offre uno dei suoi personaggi tipo, e una situazione a lui consueta.

Da sempre, in veste di raffinata, estenuata letterarietà figure tradizionalmente popolari come il comico del cinema muto e del cabaret, o il clown, con il gusto per lo spirito e le gags del circo: un personaggio triste e ridanciano insieme, ironico e autoironico, spesso con venature patetiche, sentimentali, struggenti. E insieme rappresenta la situazione di scacco, di disfatta alla quale il personaggio si adegua consapevole: un personaggio che man mano si svincola da gesti, azioni insensate dettate solo dall’abitudine. Ma nel quadro paradossale che Beckett riesce sempre a creare, la disfatta potrebbe anche rivelarsi come la rivincita del personaggio liberato dall’abitudine e dalla memoria volontaria, a favore forse della memoria involontaria, l’”illuminazione” di marca proustiana, l’unica che Beckett aveva definito degna di essere sperimentata.

Lo scacco del personaggio è anche lo scacco e il fallimento al quale l’artista deve sottostare, come Beckett aveva teorizzato tanto tempo prima: l’arte è fallimento e l’unica possibilità per l’arte è la rappresentazione del fallimento.

VARI ESTRATTI DALLA STAMPA + -

“[…] questo regista spesso estroso si limita stavolta a scavare nelle pieghe della sua implacabile scritture, cavandone tuttavia risonanze di inusitata intensità. […] Cauteruccio inquadra questi squarci di sofferenza con una nitidezza spasmodica, e una partecipazione così forte da dare quasi disagio. […] E tocca lo spettatore nel profondo l’immagine dello stesso regista, livido, pressoché obeso, arrochito nelle sue cadenze calabresi, che compulsa maniacalmente registri di episodi e di date e irride ai propri ricordi divorando ottusamente banane, in straziante contrasto col canto cinquecentesco che gli fa da sottofondo, e con la pacata desolazione di quel sé stesso di tanti anni prima che racconta la disperata fine di un amore.” Renato Palazzi – Il Sole 24 ore – 22 gennaio 06

“[…] e soprattutto Giancarlo Cauteruccio sono le voci e il corpo di quel vivere “per tormento” che secondo Beckett è il senso stesso, sia pure senza futuro, dell’esistenza.” Maria Grazia Gregori – L’Unità e Del Teatro.it– 25 gennaio 06

“[…] E dunque, anticipando ed estendendo il gag iniziale delle banane contenuto nel testo, Giancarlo Cauteruccio sottolinea come meglio non si potrebbe, e insieme con intelligenza e ironia, il tema profondo di cui si tratta […] E di suo, Cauteruccio ci mette anche la non meno adeguata fisicità pantagruelica, accoppiata a un sapido virtuosismo mimico […] Si tratta certamente di uno spettacolo pregevole e originale. Da non perdere.” Enrico Fiore – Il Mattino 14/03/04

“[…] Cauteruccio fagocita il segno beckettiano, lo ingloba nella sua corpulenta e inesauribile vitalità scenica, in un oltraggio quanto mai amoroso che arriva al cuore più profondo di quella partitura per voce sola…” Antonio Audino – Il sole 24 ore 20/06/04

“Infine Giancarlo Cauteruccio, regista dell’intera serata, interpreta una nuova edizione dell’Ultimo nastro di Krapp, dove la vita si misura col mezzo meccanico, alternando al ritorno del passato colto da precedenti incisioni al registratore le riflessioni dettate lì per lì, confronto di un vecchio con un altro remoto sé stesso, in cui si accavallano nostalgia e disperazione davanti al trascorrere del tempo. E il fantasma di Beckett rivive e moltiplica la sua immagine nella sua analisi dei rapporti tra personaggi ed effetti scenici che è la vera chiave della serata.” Franco Quadri – La Repubblica – 16 gennaio 2006

“CAUTERUCCIO A PRATO RIFLETTE CON BECKETT SUI DIFETTI DEL SECOLO”

“…L’ultimo nastro di Krapp visto a Prato, teatro Fabbricone, rappresenta la quarta puntata del felice rapporto tra una delle nostre migliori compagnie di teatro di ricerca, i Krypton dei fratelli Cauteruccio, e l’opera di Samuel Beckett […] Qui è lo spettacolo: nella capacità di Cauteruccio di recitare e pensare insieme, trasformando un capolavoro di mezzo secolo fa in una parola che sembra scritta sulla ferita aperta del nostro tempo”. Luca Doninelli – Avvenire 22/11/03

“E’ tempo di anniversari. Da Carducci a Brecht, da Ibsen a Beckett. L’omaggio culturalmente più corposo va a Beckett, con una kermesse lunga tre mesi promossa e condotta da Giancarlo Cauteruccio, che in Italia è il più importante interprete beckettiano. […] La radice di quest’opera si ritrova nella nuova versione che Giancarlo Cauteruccio dedica al suo Krapp […] Questo smembramento dell’io in un tempo crudelmente lineare è uno dei vertici religiosi del XX secolo e Cauteruccio ce lo offre con grande lievità – come sa fare solo chi davvero conosce il suo oggetto. […] L’insieme è di grande sostanza, un omaggio a Beckett degno di Beckett. Gli applausi interminabili ne sono la conseguenza.” Luca Doninelli – Avvenire – 22 gennaio 06

“L’ULTIMO NASTRO DI BECKETT SALVERA’ L’UMANITA’ DAL CAOS”

“Nel 1997 Cauteruccio ebbe un colpo di genio. Diresse “Finale di partita” in dialetto calabrese. Equivale a dire: questo testo è irlandese, cioè universale. Equivale a dire una cosa più importante: questo testo mi appartiene, è cosa mia, sgorga dal mio stesso sangue. Ed eccone la conferma: flagrante, assoluta. Cauteruccio rimette in scena Krapp ma non si limita ad allestire un’edizione per un altro attore. Krapp è proprio lui e la foto del padre 83enne accanto alla foto di Beckett, così lontani e così vicini, il primo così somigliante al secondo, prima che lo spettacolo cominci, dal programma di sala ci fa capire quale ne sia l’intendimento, o meglio la pulsione: Cauteruccio pensa che Beckett gli sia in qualche modo padre. Non vi è in questo pensiero alcuna iattanza. Vi è anzi umiltà. La stessa umiltà che muta Cauteruccio in quello specifico Krapp che è: non più pura presenza, una pura voce, un filo di fumo metafisico. Al contrario un corpo, un respiro, un passo pesante, uno zoppicare. Oppure: uno zoppicare o un danzare? Cauteruccio ai piedi ha degli stivaletti bianchi, a punta, con tacchi pesanti. E si fanno risuonare i suoi passi, sembra che non stia camminando ma ballando un flamenco. E’ strano o è sommamente beckettiano? Io dico che è beckettiano”. Franco Cordelli – Il Corriere della Sera 10/03/04

“IL CLOCHARD MAGO. Cauteruccio nell’antro di Beckett.”

“… Nella sua messinscena, fedele (e cioè personalissima), del testo di Beckett, Giancarlo Cauteruccio, sconfessando il pregiudizio secondo cui gli oggetti hanno un’essenza ma non un’esistenza, lo riprende proprio come si fa con le vecchie glorie, esaltando il peso degli anni: un ingombrante cimelio da modernariato che troneggia sulla famosa scrivania con i cassetti aperti verso il pubblico. Lui e Krapp, lui e Cauteruccio, sono contemporanei, in un certo senso si assomigliano, il primo è la protesi poetica del secondo, insieme danno vita a un’esecuzione della partitura beckettiana, mai così dolente mai così sincera, che è anche la trasparente confessione di un destino teatrale – quello del leader dei Krypton – e di un’avanguardia per cui l’ironia non è il gelo, ma un lirismo ulteriore e stravolto” Attilio Scarpellini – Diario 5-11/03/04

“IL PESO DI CAUTERUCCIO NON SCHIACCIA BECKETT.”

“… Straordinario e beckettiano è il rito di questa figura contemplativamente obesa, armata di rumorosi stivali pitonati, il volto di gesso da cambusiere solitario e bofonchiatore […] Ma l’intrusione di Cauteruccio è la valvola più pulsante, ora tradotta in moto celibe di un arredo perimetrale, ora connaturata nell’uso che l’attore fa di un respiratore, uno strumento terapeutico che sa di tortura. Intima identificazione con Beckett, con gli “anni migliori” che non rivorremmo indietro. E bello spettacolo.” Rodolfo Di Giammarco – La Repubblica 29/12/03

INDIMENTICABILE NASTRO DI KRAPP

“Lo spettacolo vede Cauteruccio unico memorabile protagonista sia nei panni del Krapp vecchio che parla dal vivo sia come voce registrata al magnetofono trent’anni prima. L’interprete e regista ha qui il merito di personalizzare l’esile quanto istruttiva esperienza di uno scrittore fallito che riascolta i nastri su cui ha inciso le sue dichiarazioni giovanili. […] La battuta finale: «Forse i miei anni migliori sono finiti. Ma non li rivorrei indietro» suggella una serata di teatro indimenticabile come ogni pagina di Beckett.” Tiberia De Matteis – Il Tempo 19/06/04

“Eccellente la regia di Giancarlo Cauteruccio.”

[…] Giancarlo Cauteruccio definisce con assoluta lucidità quel divario tra luce e ombra, tra corpo e spirito che è una delle chiavi di lettura dell’opera – suggerita dallo stesso Beckett con una nota in calce al primo copione in cui l’autore indicava l’elemento manichei sta come una “matrice culturale” – agendo nel rigore ieratico dell’idea scenica (un uomo che ascolta la sua voce)che si fonde con la gag da cabaret circense (lo scivolare sulla buccia di una banana). […] Buio. Capolavoro.” Francesco Urbano – il Roma – 28 febbraio 2010

“STRIZZA L’OCCHIO AI MOSTRI DI TOLKIEN IL RIGOROSO KRAPP DEL NUOVO MILLENNIO. Il dramma di Beckett è uno straziante requiem sulla sorte dell’uomo stritolato dalla civiltà delle macchine.”

“[…] Lì dentro le pentole sfrigolano sul fuoco, un vapore da povera mensa rionale pervade la platea e la misera cena si appresta col debito contorno di due banane che somigliano a due grossi tuberi. Né questa è la sola ingegnosa novità che ci propone la sua lettura inedita e rigorosa dal momento che l’impossibile evasione da quella tana che ormai gli è cresciuta addosso come una seconda pelle è a un certo punto additata nell’immagine di una strada ferrata su cui potrebbe persino scorrere, come in un bizzarro incubo infantile, il trenino dei giochi mai abbastanza rimpianti. Ai quali la voce a tratti rotta e cavernosa e a tratti alta e chiara come una spada lucente dello straordinario interprete conferisce una sorprendente emozione.” Enrico Groppali – Il Giornale 01/02/04

L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP

“… Giancarlo Cauteruccio offre una grande prova di intellettuale, regista, artista visivo e attore. Una bella lettura del testo beckettiano che fa risaltare l’assurdità della vita […] E’ comico quanto patetico e riesce a rimandare con dolore la difficoltà di ripercorrere la memoria di una vita attraverso un magnetofono […] La scena è essenziale, luci taglienti fanno brillare cinque installazioni che circondano il protagonista e il suo magnetofono. Qui vivono un ombrello, una carrozzina per neonati, una sedia a dondolo e una carrozzella per disabili. Bellissime immagini in video di banane in caduta libera o di parole proiettate dall’alto sul corpo del protagonista. La regia sottolinea la solitudine del personaggio e Giancarlo Cauteruccio mette in gioco tutto se stesso, dalla sua fisicità alle sue perversioni, per indagare il teatro beckettiano. Come un clown “assurdo” diverte e commuove, dice e non dice, fa intendere il suo disagio che non riesce a toccare fino in fondo, manifestando la difficoltà di ricordare ogni particolare di una vita…” Carla Romana Antolini – Liberazione 17/06/04

“ECCO TUTTE LE PARANOIE DELL’UOMO FUORI DAL CORO

La solitudine dell’uomo grasso, le paranoie dell’individuo fuori dal mucchio, la petulanza della persona monomaniaca, la bulimia dell’individuo incontinente, la rabbia sorda dell’artista misantropo, la noia inselvatichita del teatrante che rovista la memoria, la contemplazione celibe di un ricercatore grottesco e severo. Sono solo alcuni, questi, degli ingredienti che rendono alterato e archeologico, ma anche violento e umano, L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett nell’edizione grifagna e senza via d’uscita, ancora (se possibile) più primitiva dello schema iniziale del 1957, ma anche con misteriose installazioni e tracce di tortura sotto forma di strumenti terapeutici, un tutto prescindente da tempi e canoni, un tutto che è lo spettacolo di e con Giancarlo Cauteruccio, mitico creatore-esponente delle compagnia Krypton, al Teatro Vascello con il suo Beckett da tragico homeless fornito solo di reperti. […] Attenzione non tanto alla sua proverbiale stazza quanto al suo volto di gesso, al suo camminare rumoroso calzando stivali di un improbabile west, e alla sua vena di cambusiere-cuoco in grado di offrire un quarto d’ora di prologo fuori programma, allorché cucina ogni sera una pietanza diversa, con meticolosa cura di creatura sola, riservando il prodotto gastronomico finito a uno del pubblico. […] E insomma c’è il peso di un attore-regista, di un autore, di un’autoanalisi che ci blandisce, ci fa accettare con impassibile calma il destino senza gli altri.” Rodolfo Di Giammarco – La Repubblica 14/06/04

“I SOGNI INFRANTI DEL SIGNOR KRAPP

Cauteruccio ci mette tutto di sé: i problemi respiratori (dai quali è costretto a utilizzare un respiratore che contrasti le apnee notturne) diventato un soffocante ritornello suonato da un mantice; il rapporto di amore-odio-dipendenza con il cibo; il dialetto; il multimediale, che sperimenta da sempre e che è diventato una sua cifra stilistica. Così l’identificazione tra testo e realizzazione scenica è totale, e lo spettacolo diventa manifesto biografico, il tramite fra due innovatori: «ciascuno a suo modo». Grottesco, pirandelliano nella volontà di vedersi vivere attraverso un fuori rappresentato dal nastro registrato, incattivito dal fallimento dei sogni, dal rimpianto di un amore lasciato andare. Alle prese con un ricordo che rimbomba nella testa con il fragore di una tardiva lettera d’amore, passa la vita a rileggere quello che è stato scritto un attimo prima, come su un diario, rischiando di non vivere il presente. All’incrocio delle diagonali disegnate da un ombrello, una sedia a rotelle, una sedia a dondolo e una carrozzina (le età della vita) Krapp-Cauteruccio c’è. Solido.” Paola Polidoro – Il Messaggero 19/06/04

“… La voce, baritonale, lenta, un po’ rauca, accentata alla meridionale, che segue un suo ritmo preciso come di onde sulla battigia, le proposizioni e i concetti ben staccati fra loro, i silenzi in mezzo, le frasi sempre concluse in leggero strascicamento come un progressivo distaccarsi ironico dal pensiero appena formulato […] Cauteruccio offre di Krapp una versione sudista che s’attaglia perfettamente alla Cosmicomica (per dirla con calvino) solitudine dell’uomo beckettiano, a questo suo perenne stare in una specie di apocalissi tranquilla, dove lo smarrimento dell’individuo non è dato dalla sua condizione ma dall’immutabilità di questa condizione in un universo che non prevede nemmeno l’autodistruzione, il risolutivo annichilimento.” Marcantonio Lucidi – Avvenimenti 25/06/04

“Intenso, sofferente, memorabile: CAUTERUCCIO, KRAPP C’EST MOI”

“… Al di là di riconoscibili cifre stilistiche, come le belle luci fredde che tagliano la scena o illuminano l’abisso finale, e non considerando il video, altro mezzo caro al regista, quel che fa la differenza tra il Krapp di Cauteruccio ed ogni altro è proprio il suo interprete […] Il passato è fatto di ricordi, di una Bianca fanciulla e romantiche gite. Ma i rumori del presente non sono onde marine: sono rantoli di un respiratore artificiale, che accompagna l’odore – insieme appetitoso e nauseante – di un sugo che può colmare il vuoto dello stomaco ma non dell’anima […] Cauteruccio offre un’interpretazione memorabile”. Valentina Grazzini – L’Unità 28/11/03

“[…] in quel dolente intreccio che L’ultimo nastro di Krapp propone fra la memoria di un passato affidata ad un magnetofono e lo spaesamento dell’uomo che si ascolta senza riconoscersi, c’è tutta la dolente, amara e beffarda ironia di un Giancarlo Cauteruccio in stato di grazia.” Enrico Marcotti – Libertà – 28 gennaio 06

“ALAIN BADIOU HA LIBERATO BECKETT DA UNA LETTURA ESISTENZIALISTA. GIANCARLO CAUTERUCCIO, CON LA COMPAGNIA KRYPTON, HA CONTRIBUITO A DIFFONDERNE STIMOLI E INTUIZIONI”

“Il Krapp di Cauteruccio, cadenza calabrese e andatura laboriosa, manca di abilità manuale, è irascibile e impaziente: incorpora (e non intellettualizza) declino fisico e mentale. Il materiale registrato e catalogato, ma non rielaborato dalla memoria, è divenuto modello assoluto d’occupazione del tempo. Ha ragione ancora Badiou quando parla di “volontarismo del ricordo” come tattica di “sperimentazione dell’alterità”. Su tutto aleggia un humor radicale che non lascia scampo al disprezzo per il desiderio di poter – persino sul finire della vita – “essere ancora… essere ancora…”. Artribune 11 marzo 2014 – Piersandra Di Matteo

“… Con la sapienza del suo realismo visionario Giancarlo Cauteruccio ha mostrato una capacità insuperabile di riproporre i temi perpetui della coscienza e dell’immaginazione umane, riuscendo infine a fondere e a coniugare ciò che sembrava impensabile in un solo scritto, in molte parole, in infinite espressioni.

Ci sono volute ancora una volta la sensibilità e la materialità di una poesia interiore, vocazioni che a Giancarlo Cauteruccio non sono mai mancate, per regalare a noi che lo seguivamo con affetto un’idea finale della vita, dei suoi enigmi e del suo mistero.” Giuliano Compagno – Succede Oggi – 7 settembre 2021

“[…] la regia di Cauteruccio adotta una sapiente strategia di aggiunte e sottrazioni […] E bravissimi, s’intende, sono gli interpreti: lo stesso Cauteruccio […]

Penso specialmente a quel Krapp che abbraccia e accarezza il registratore: perché, in ogni caso, là dentro, come nel cassetto de “L’amara scienza” di Compagnone, son rimasti chiusi le trine appassite, gli straccetti di seta, i fiori di carta che mandano l’odore della nostra vita.” Enrico Fiore – Il Mattino – 28 febbraio 2010

luogo

Sala teatro
durata

60 minuti
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