Teatro Niccolini

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09

Agosto
dal 10 al 12 dicembre 2021

Fame, mi fa fame

Giancarlo Cauteruccio
di

Giancarlo Cauteruccio
con

Giancarlo Cauteruccio
ideazione e regia
Giancarlo Cauteruccio e Massimo Bevilacqua

FAME
Mi fa fame

scritto, diretto e interpretato da Giancarlo Cauteruccio

assistente alla regia Massimo Bevilacqua

immagini e elaborazioni video Stefano Fomasi

contributi letterari Augusto Petruzzi

produzione Teatro Studio Krypton

 

 

FAME, mi fa fame prende corpo da un poemetto in dialetto calabrese scritto da Giancarlo Cauteruccio sulla condizione di disagio del mondo contemporaneo e le sue molteplici problematiche. Il testo è contenuto in Panza, Crianza, Ricordanza, (edizioni della Meridiana 2009) che raccoglie tre drammaturgie del regista. La sua fame, condizione disperante, rifugio, luogo poetico e creativo ad un tempo, diviene occasione di dirompente denuncia contro l’orrore.

Un lavoro della memoria sulla memoria, sulla fame onnivora che tutto ricorda, dove nulla è suo ma tutto le appartiene. Solo in scena, affiancato dai suoi fantasmi e dai i suoi sensi, il regista/attore con i suoi versi affronta lo smembrarsi del tempo, dei fatti, dei luoghi portando su di sé i segni della sua condizione di ammalato di fame insaziabile e affidando alla sua lingua madre questa nuova messa in gioco di tutto il suo corpo, poetico, fisico, teatrale.

Versi che si situano nelle pieghe, nelle differenze, nelle disparità, nella vecchia dicotomia di un occidente troppo grasso per pensare, dalla mente poco sgombra, e di un oriente produttore di saperi e figure sottili, vittima di una fame senza rimedio. FAME,mi fa fame  è un lamento, un grido che lentamente si fa poesia per raccontare la guerra del cibo, la guerra dei ricchi e dei poveri, attraversando l’immaginario letterario e artistico medievale e rinascimentale (paese di cuccagna, guerra di quaresima e carnevale) e le opere di Artaud, Celine e soprattutto Hamsun.

Giancarlo Cauteruccio qui prende con sé tutto il dolore di chi mette in gioco la propria carne nella propria carne, amplificando l’ambiguità di una condizione disperante e tragica. Ne fa urlo, strepito, canto, un canto che si leva sui conflitti del mondo pur rimanendo nel mondo, opponendosi all’orrore quotidiano che è solo una ripetizione di quello trascorso, della guerra che è sempre la stessa, della distruttività umana inalterata nel tempo. I suoi versi esaltano il paradiso possibile di un ritrovato equilibrio con la natura da cui egli preleva gli elementi semplici, come quelli evocati dalle ricette culinarie della sua terra, come la sua lingua, ristoro, risorsa e piacere.

Un’alchimia di suoni e sapori da contrapporre al puzzo mefitico di infera memoria che uccide la natura corrompendone la bellezza

 

“Dopo un quarto di secolo dietro le quinte, dopo anni di laser, di avvenirismi, di futurismi, di vertigini, di Beckett, eccolo essersi riappropriato, sebbene in effige, del suo principio, delle sue radici, del suo mondo, della sua lingua, del suo dialetto. […] La voce che Cauteruccio ha dato alle tre (cruciali) costellazioni della sua vita fu di tale intimo, intenso strazio da rendere indiscutibile che la fame (atavica e fatta tutta della propria carne), la memoria (arcana, non fosse che dei parenti perduti), la solitudine (umana o meglio disumana) apparissero consustanziali a quei suoni, per noi (quasi) puri suoni, colpi di lancia, colpi di martello, colpi di luce.” Franco Cordelli- Corriere della Sera, maggio 2013.

 

[…] Cauteruccio esplora feroci meccanismi della smania di mangiare che si insinua nel cervello e ne guida ogni impulso primario a sognare, a creare, ad amare: in versi elementari ma taglienti evoca l’appetito patologico come un incubo dantesco e insieme come una forma di allucinata redenzione nelle gioie della cucina, “pasta e ciciari e cicoria suzzu e ncunu scarafuogliu ccu cudidra de vaccinu, sucu strittu de crapiettu ca accussì me vattu u piettu”. L’aspetto più interessante di questa tortuosa discesa agli inferi dell’angoscia gastro-alimentare è nella paradossale convergenza che lascia intravedere fra l’Occidente opulento e smanioso di consumo e l’Oriente povero e privo di risorse, fra l’ingordigia morbosa di chi può avere tutto e il semplice bisogno di nutrirsi dei disperati. […] Ma a dare risalto al tutto è la lancinante fisicità di questa totale identificazione, la furiosa lotta dell’autore-interprete con il suo corpo ingombrante e ribelle”. Renato Palazzi – Il Sole 24 Ore, 10/04/05

“Soltanto un’abbuffata ci potrà salvare”

[…] questo fassbinderiano Rabelais della ricerca storica italiana riversa […] tutta la sua sindrome insaziabile, la sua malinconia del corpo, e ci sferza, ci rapisce, si dà in pasto ai riflettori e al pubblico con un monologo fatto di ventre e allucinazioni, appetiti e vomiti, cantilene meridionali e borborigmi ingordi. Ci sono richiami ad Artaud, Céline e Hamsun, ma contano l’antropologia e la sociologia del cibo di Montanari e Rappoport, svetta il cenno alla Divina Commedia calabrese dell’800 di Scervini[…].” Rodolfo Di GiammarcoLa Repubblica, 11/04/05

“[…] Obeso patologico […] Cauteruccio traspone la sua angoscia personale in versi sommari ma ruvidamente efficaci, un viaggio psichico scandito da cadenze ripetitive, vagamente infantili, che mescola citazioni dantesche e ricette di cucina, visioni da incubo e ansie di riscatto attraverso l’arte e la poesia. Sinistramente beffarda è l’idea della convergenza-divergenza fra la fame malata e la fame disperata, fra l’ingordigia di un Occidente ricco e grasso e le miserie di un’altra parte del pianeta dove si muore per mancanza di mezzi di sostentamento. L’aspetto più impressionante del curioso testo è la minuzia con cui l’autore descrive una sorta di fisiologia della fame cronica, il modo in cui essa si impossessa del corpo e si insinua nel cervello, assume il controllo dell’individuo e ne condiziona la capacità di pensare, di creare, di lottare, persino di sognare o fare sesso. […] Ma la ragion vera d’essere dello spettacolo è nella livida immedesimazione dell’autore-protagonista, nel suo vivere questo percorso in qualche modo dall’interno, sottoponendo a una spietata radiografia pubblica sensazioni normalmente destinate a restare intime e segrete.” Renato Palazzi – www.delteatro.it, 07/04/05

“[…] In calabrese, con un andamento e un tono rimati, e un ritmo un po’ rozzo, volutamente, da poesia popolare vera e all’antica, Cauteruccio ha scritto un poemetto che interpreta poi sulla scena […] L’uomo sta di fronte a un mondo che lo avvilisce e lo fa imbestialire, lo fa disperare e quasi impazzire con le sue storture, la sua corruzione e stupidità, per non parlare dei suoi tanti lati delittuosamente ingiusti e criminali. Allora l’autore-personaggio traduce questa sofferenza, questa esacerbata rabbia in una compulsiva ossessione per il cibo: anche se questo, poi, appare, contemporaneamente, come una specie di rifugio, un qualcosa – forse l’unica cosa rimasta… – di genuino e di valido a cui tornare. Intanto il nostro personaggio mangia e stramangia per protesta, come forma di ribellione, di provocazione, di riaffermazione di sé sia pure paradossale e autolesionistica. Un testo, questo di Cauteruccio, che ha grande vigore e forte autenticità, che convince per la sua tensione fisica (quasi tangibile) e morale, e che ha anche – a suo modo – qualche passaggio di grande poesia.”        Francesco Tei – Hystrio, luglio / settembre 2005

“[…] Uno spettacolo che punta direttamente allo spettatore, nel suo essere individuo. Forte nell’impatto e nelle tematiche, “Panza Crianza Ricordanza” ha preso tutto ciò che  di peggio c’è nel mondo e lo ha offerto al pubblico attraverso gli occhi dell’artista […] “Panza Crianza Ricordanza” è uno spettacolo bello. Di quella bellezza che è di Giancarlo Cauteruccio, delle sue pause studiate a tavolino, delle espressioni linguistiche azzeccate, dei colori forti come i macigni che esprime. Una conferma della visionarietà di questo artista che non si allontana affatto dalla quotidianità e offre continui spunti di riflessione, anche oltre le sue stesse aspettative. “Panza Crianza Ricordanza” è un pugno nello stomaco, che anche il numeroso pubblico del Politeama si è portato a casa; è uno spettacolo che ti fa riflettere […]”                                                                                 

Carmen Loiacono – Il Domani – 15 gennaio 07

“AL POLITEAMA PAGINE DI TEATRO INTELLIGENTE – LA GRANDE ABBUFFATA DI CAUTERUCCIO PARADIGMA DI POVERTA’”

“[…] Giancarlo Cauteruccio sul palcoscenico del Politeama attira l’attenzione e il consenso del pubblico con il suo spettacolo “Panza Crianza Ricordanza”, tre studi sulla solitudine […] Teatro intelligente di denuncia e di ricerca, brillante, acuminato e forte, pièce in cui Cauteruccio si muove paradossalmente con grande agio e facilità, con resistenza, gagliardia e capacità lottando fisicamente contro il suo corpo di impaccio e liberando soprattutto la mente in un’analisi del reale che appare lucida, spietata e ribelle. Ritmo di tarantella in finale, poi molti applausi, pubblico soddisfatto. […]”                                                      

Maria Primerano – Gazzetta del Sud – 15 gennaio 07

luogo

Sala teatro
durata

60 minuti
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